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25 Aprile: “Essere liberi, nonostante le catene ai piedi”

La libertà è un bene prezioso che va preservato e difeso e la Festa della Liberazione rappresenta un importante momento di ricordo e di impegno sociale per continuare a combattere ogni forma di oppressione e discriminazione.

25 Aprile: “Essere liberi, nonostante le catene ai piedi”

11 minuti

Ai miei nonni, Maria, Marzolo, Solinde che hanno vissuto la guerra, sopravvivendo alla fame e ai bombardamenti e a mio nonno Giuseppe deportato durante la seconda Guerra Mondiale in un campo di lavori forzati, sopravvissuto mangiando patate crude di nascosto dai nazisti. Lui orfano di padre (ucciso durante la prima Guerra mondiale) a sua volta padre di un figlio in arrivo: arreso e impotente dinnanzi a quello che si prospettava il medesimo destino…

La Festa della Liberazione ricorda la fine della Seconda Guerra Mondiale e la liberazione del Paese dall'occupazione nazifascista. Il 25 aprile del 1945 le truppe alleate entrarono a Milano e completarono la liberazione del territorio italiano, ponendo così fine al regime dittatoriale di Benito Mussolini. La Festa della Liberazione ci ricorda la vittoria della democrazia, della libertà e della resistenza contro l'oppressione. 

Un’occasione per non dimenticare il sacrificio di coloro che hanno lottato per la libertà e la democrazia. La libertà è un bene prezioso che va preservato e difeso e la Festa della Liberazione rappresenta un importante momento di ricordo e di impegno sociale per continuare a combattere ogni forma di oppressione e discriminazione.

LA PEDAGOGIA CLINICA IN AIUTO ALLA PERSONA

Come Pedagogista Clinico® opero attraverso un approccio olistico che vede al centro del suo interesse la persona nella sua globalità (e complessità). La mia Mission sta proprio nell’aiuto alla persona, attraverso l’approccio educativo del “prendersi cura”. La persona ha un enorme potenziale avvalorato dalla capacità intrinseca dell’individuo di essere autore e lettore di sé stesso. Le enormi risorse insite in lui lo portano, senza l’utilizzo necessario della parola, a svelare la propria verità interiore, quella verità che è solo sua, personale e che permetterà all’individuo di svilupparsi in personalità, superando disagi, difficoltà, situazioni profondamente traumatiche. Ma lo strumento per eccellenza di cui ogni persona dispone, la più potente delle capacità umane è la riflessione. Flettere verso sé stessi, per guardarsi, conoscersi e riconoscersi in quel connubio di emozioni, percezioni, pensieri, valori. La riflessione diventa lo strumento di analisi dei pensieri che illumina la mente, generando chiarezza, riconoscimento attraverso domande che potranno far emergere insidie; vecchie convinzioni o convenzioni dalle quali sembra non riuscire a staccarsi; paure profonde che affiorano e immobilizzano la personalità. Il processo è lento, ma costante e si addentra in ogni anfratto della mente, anche il più nascosto per arrivare alla consapevolezza di sé. Solo a questo punto la persona è in ascolto profondo dell’anima, della dimensione più intima che garantisce, finalmente il suo “risveglio”, la sua ricchezza e autenticità che le restituiranno benessere psico-fisico. 

Permettere alle persone, in stato di bisogno, di narrare i propri vissuti dolorosi, complessi, traumatici permette loro di chiarire, analizzare, prendere consapevolezza di sé e delle proprie risorse. Conoscere risorse e limiti è la base per potersi muovere nella vita. Le risorse ci permettono di superare le nostre stesse difficoltà per arginare, mitigare i limiti e attivarsi affinché si trasformino in occasioni e qualità.

In studio, non mi serve utilizzare fiumi di parole, né ricette prestabilite; l’attenzione all’altro, l’ascolto, l’accoglienza della diversità sono strumenti privilegiati per supportare l’autorealizzazione del soggetto. Non focalizzo mai l’attenzione sul disagio o sul problema, bensì sulle potenzialità, abilità e disponibilità della persona che è seduta di fronte a me e che per qualche motivo si è “persa”. Attraverso la consapevolezza delle proprie disponibilità, abilità e potenzialità, la persona approderà in risorse che le permetteranno di superare disagi e difficoltà, nel rispetto della propria libertà. Il nostro compito di specialisti è quello di mettere il soggetto in condizioni di farcela da solo e questa è la sfida più grande e appassionante. I metodi e le tecniche sono molteplici, vari e completi, ma il loro utilizzo con la persona necessitano di studio profondo e profonda riflessione da parte dello stesso pedagogista clinico che, come tale sa di dover tirar fuori dal soggetto (ex-ducere). Il mio compito è sostanzialmente quello di catalizzare energie, potenzialità, abilità della persona finalizzando il tutto alla sua crescita, alla sua realizzazione, all’attivazione di risvegli mentali, fisici, sociali. Predisporla ad ascoltarsi forse per la prima volta, a riflettere ad alta voce o meno sugli accadimenti, su sé stessa, sulle sensazioni, paure, difficoltà, ma anche qualità, punti di forza che emergeranno spontaneamente nel percorso pedagogico clinico di aiuto e che la persona farà propri nutrendosi di rinnovata forza e determinazione per affrontare presente e futuro. 

 

Ragazzi che corrono in un prato

 

OLOCAUSTO E RESILIENZA

Alla luce di quanto sopra e in occasione di questa importante giornata di “ricordo”, mi sento in dovere di portare i preziosi, dolorosi, commoventi contributi storici che dimostrano come la forza del pensiero e della riflessione abbiano “salvato” molte persone durante l’olocausto.

Prendo “in prestito” dalla psicologia questo termine “resilienza” perché racchiude in sé un connubio di situazioni psico-emotive; una resistenza psicologica ad una, implicita, sofferenza costante, opprimente, continua. Una resistenza che necessita quindi di una profonda forza mentale che si oppone attraverso risorse preziose e talvolta sconosciute persino a sé stessi. Solo per questa capacità di sintesi il termine “resilienza”, nell’ambito della spersonalizzazione operata dai nazisti durante l’olocausto, definisce meglio di ogni altro la pressione negativa, distruttiva alla quale la mente umana, perlomeno alcune, hanno cercato di resistere, contrapponendosi con altrettanta forza mentale, forza alimentata solo dal pensiero, dalla riflessione interiore sugli accadimenti, sulla propria vita, mantenendo viva la consapevolezza di sé, del proprio essere, difendendo il proprio io. Come è noto, il processo di depersonalizzazione per gli ebrei e altre etnie o minoranze prese a bersaglio, è stato graduale; “comunicato dopo comunicato” (in specifico per gli Ebrei) si operò una vera e propria spoliazione prima fisica, togliendo denaro, oggetti personali, in seguito psicologica separando gli affetti più cari, privandoli di una casa, fino ad arrivare al corpo: senza cibo, imbruttito, maltrattato, violato. Molti sono morti a sé stessi prima ancora di essere gasati, fucilati o morti per stenti o malattie, perché la sofferenza mentale a questa oppressione distruttiva costante, totale e profonda è stata tale da non lasciare spazio ad altro se non alla morte di sé (il paradosso della crudeltà: il suicidio era severamente vietato nei campi di concentramento. Quindi bisognava “vivere” anche se morti dentro).

L’EFFETTO TERAPEUTICO DELLA RIFLESSIONE ATTRAVERSO LA NARRAZIONE SCRITTA

Giovani ragazzi rinchiusi in un campo di concentramento

 

Eppure “In fondo al tunnel…una fioca luce” che tiepida, ma resistente si fa strada tra le pagine dei tanti diari ritrovati dopo la seconda guerra mondiale. Diari conservati da familiari, ritrovati nascosti negli stessi campi, nei ghetti, in nascondigli segreti, sopravvissuti perfino al fuoco. Testimonianza indiscussa di una vita che pulsa e si difende, resiste attraverso il pensiero e che, nella riflessione dello scrivere, si mantiene vigile e attivo.  È tra le tante pagine, talvolta fazzoletti, pezzi di carta e qualsiasi cosa avessero modo di reperire che, ragazzi nel fiore degli anni raccontano quei tragici anni, giorno dopo giorno dai ghetti della Lituania, della Polonia, della Lettonia e Ungheria ai campi di concentramento di Terezìn, Stutthof e Janowska, dalle strade bombardate di Londra e Rotterdam alla prigione nazista di Copenaghen. Proprio tra le righe di questi diari emerge la paura di morire; vivere con la consapevolezza che stesse trascorrendo l’ultimo giorno, ma insieme a tale drammaticità anche la voglia irriducibile di vivere, di resistere alla follia del tempo, un modo per dare ordine al caos, per contrastare l’oppressione, per sopravvivere nella memoria, per salvaguardare la propria umanità e quella degli altri, contro tutto e tutti (contro i carnefici, ma anche contro l’arrendevolezza, per loro incomprensibile, degli stessi familiari che, in fila uno dietro all’altro aspettavano inermi di morire gasati). Non potevano parlare, non potevano obiettare, non riuscivano a difendersi, non capivano il perché di ciò che stava loro succedendo, non era loro permesso di circolare per le strade, di avere una bicicletta, di utilizzare mezzi di trasporto, di avere la domestica, ma neanche di mangiare, di vivere nella propria casa, di stare con i propri famigliari, Tuttavia, nessuno è riuscito a privarli del pensiero e della riflessione, l’unico mezzo per salvare sé stessi, e mantenersi liberi nello spirito, nonostante le catene ai piedi. Nel diario, Macha Rolnikas, lituana di 15 anni, negli ultimi giorni di prigionia, affamata, scheletrica, malata, gonfia per le percosse, esausta, costretta a camminare per tre giorni interi, scrive:

Per sentire un po’ meno la mia debolezza e non sentire il tormento che viene causato da ogni passo, continuo mentalmente a scrivere il mio diario.

(M. Rolnikas, Dovevo raccontarlo, 1964).

Il diario di Yitskhok Rudashevski, 204 pagine scritte interamente in yiddish è di una bellezza sconcertante. La forza e il coraggio del suo pensiero supera e sconfigge le brutture naziste, malgrado la sua morte presso il mattatoio di Ponar, il 5 o 6 ottobre del 1943.  Procedendo nella lettura del diario emerge sempre più chiaramente che Yitskhok riesce a rimanere vivo “dentro” grazie al suo diario, strumento preziosissimo per riflettere sugli eventi storici che stava vivendo. Si mantiene lucido e oggettivo, descrivendo fedelmente gli eventi tragici del ghetto di Vilna dal 1941 al 1943; vigile e umoristico sulla lettura degli stessi. Quando per la maggior parte degli ebrei sembra diventato “normale” non aver diritto a nulla, portare avanti e dietro un distintivo giallo con al centro la lettera J a sottolineare la presunta inferiorità razziale, supplicare di lavorare gratuitamente per i tedeschi, questo ragazzo scrive:

Penso che siamo come pecore. Veniamo massacrati a migliaia e siamo impotenti. Il nemico è astuto e ci sta sterminando secondo un piano preciso… gli ebrei sopravvissuti, compresi i miei genitori, si sono abituati alle nuove condizioni di vita…e insieme all’inverno è apparso un nuovo certificato: non più giallo, ma rosa…. Mi vergognavo di farmi vedere in strada con quei distintivi non perché si sarebbe notato che fossi ebreo, ma perché mi vergognavo di quello che ci stavano facendo. Mi vergognavo della nostra impotenza. Mi faceva male non vedere una via d’uscita. Ora non faccio più caso ai distintivi. Il distintivo è attaccato al cappotto, ma non è attaccato alla mia coscienza. Non mi vergogno più, lasciate che si vergognino quelli che ce li hanno messi. Lasciate che sia come un marchio cocente per ogni tedesco consapevole, che vuole pensare al futuro della sua gente.

(L. Holliday, Ragazzi in guerra e nell’Olocausto, 2007 p.121).

Proseguendo, tra le pagine del diario si menziona a continui spostamenti in altri ghetti, con altre persone, perché parte di quelle con le quali aveva convissuto erano state deportate. Ammassati sempre di più, disperati, saccheggiati di tutto, costretti a nascondersi assieme a tanti altri perché non in possesso del certificato “giallo”, ammucchiati “come sardine in scatola”, senza aria, odore di sottosuolo e gente ammassata, in trappola “come animali circondati dal cacciatore”, un bambino piange mentre i soldati sotto radunano la gente per la deportazione, viene soffocato. Dopo giorni passati nel dolore, mista alla sensazione d’impotenza e disperazione, nella pagina di lunedì 5 ottobre 1942 succede qualcosa, ci si organizza nel ghetto per mettere su una scuola, e lentamente altre attività culturali, gruppi di letteratura, scienze naturali, giornalismo e la vita ricomincia, nonostante le condizioni disumane. A questo punto iI ghetto, nel diario, si personalizza, tra le parole di Yitskhok si percepisce senso profondo di appartenenza

Il ghetto è raggiante di speranza… il ghetto intuisce con tutti i suoi sensi che la fine si avvicina o piuttosto si avvicina il nostro principio…voglio recuperare gli anni passati e tenerli per dopo, per la nuova vita… vedo davanti a me il sole… nel ghetto si creano canzoni, poesie coltivate col sangue raccolte e godute come un tesoro per il futuro… nel ghetto sono in funzione tre elementari, due asilo, una scuola tecnica, una di musica, un nido per i bambini orfani… si organizza una festa… siamo insieme.. è così bello, accogliente, caldo, piacevole: la giornata più felice, abbiamo cantato canzoni fino a notte alta, con gli adulti, canzoni che parlano di speranza, di essere giovani, siamo inebriati dalla gioia della giovinezza… le canzoni non si fermano. "Dentro le mura, ma giovani, per sempre giovani" è il nostro slogan con il quale andiamo incontro al sole. Oggi abbiamo dimostrato che anche nel ghetto possiamo mantenere il nostro giovane entusiasmo. Abbiamo dimostrato che dal ghetto non emergerà un giovane spezzato nello spirito, ma forte, coraggioso e allegro.

Yitskhok nel ghetto ha la possibilità di frequentare la scuola tecnica che, negli anni di guerra era la cosa più sensata, significava imparare un mestiere, lavorare e quindi sopravvivere, ma anche in questo caso una scelta controcorrente, coraggiosa, libera da convenzioni, da paure del tempo…

E’ necessario che studi. La mia determinazione a studiare è diventata una sfida al presente che odia lo studio, ama il lavoro, OBBLIGA alla fatica. No! Ho deciso. VIVRO’ CON IL DOMANI, non con l’oggi!

(L. Holliday, Ragazzi in guerra e nell’Olocausto, 2007 p.142-145).

Una testimonianza commovente di una determinazione alla vita, al pensiero, a mantenere vivo lo spirito, la riflessione, sé stesso. Quando tutto intorno a lui lo vuole avvilito, inerme, sottomesso, il progetto per un futuro che per lui non ci sarà, ma che lo illumina giorno dopo giorno per sopportare con dignità l’agonia quotidiana. Il suo pensiero, la sua riflessione palpita di vita riga dopo riga nel suo lungo diario, si alimenta di coraggio consapevole di sé e del suo intrinseco valore umano. Si vuole bene, si confida, si prende cura di sé semplicemente nello scrivere e trova una forza sempre nuova per proseguire, idee per non scoraggiarsi neanche quando intorno a lui c’è solo morte e devastazione. Martedì 6 aprile del 1943 qualche mese prima della sua fucilazione a Ponar descrive la situazione in declino, la chiusura di cinque ghetti nella provincia di Vilna e Kovno, l’affollamento del “suo” ghetto, persone riversate ovunque, nelle scuole, l’impossibilità, quindi di proseguire in attività culturali, la notizia che 85 carrozze ferroviarie di ebrei (cinquemila persone) non sono stati portati in un altro ghetto come comunicato, ma a Ponar: tutti fucilati. (L. Holliday, Ragazzi in guerra e nell’Olocausto, 2007 pp. 149-150).

Sono stati ritrovati tantissimi diari scritti in questo periodo e tanti altri sicuramente sono stati scritti e persi (o distrutti). Tra quelli ritrovati, Hannah Senesh, diciassettenne ungherese che cominciò il suo diario a 13 anni. Venne catturata dai nazisti, torturata per mesi e uccisa nel 1944 a Budapest. Nei suoi diari scrive spesso in forma di poesia, l’ultima ritrovata scritta sul muro della sua cella, prima di morire.

 

Hannah Senesh

 

Attraverso il ricordo di questi giovani e dei loro diari, celebriamo il valore INESTIMABILE della libertà!

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